Rassegna stampa

Modelle ritoccate, verità per legge: l’ultima sfida all’anoressia

La Francia vara una normativa che impone alle modelle non solo di presentare un certificato medico per sfilare, ma anche di segnalare a lettrici e lettori eventuali ritocchi subiti dalle immagini presenti nelle riviste di moda o nella pubblicità.

IN FRANCIA, le modelle “eccessivamente magre” non potranno più sfilare. Lo ha deciso il Parlamento, dando il via libera a una legge finalizzata a contrastare il fenomeno dell’anoressia che, proprio in questi ultimi anni, ha coinvolto tra le trentamila e le quarantamila persone.

In pratica, tra loro, quasi il 90% sono donne. Un vero e proprio flagello, quindi. Che ha spinto il legislatore a mettere un po’ d’ordine nel mondo della moda e delle immagini. Non si tratta più solo di costringere le modelle a esibire un certificato medico che ne attesti lo stato di salute, ma anche di segnalare alle lettrici e ai lettori gli eventuali ritocchi subiti dalle immagini presenti nelle riviste di moda o nelle pubblicità. Una maniera come un’altra per scongiurare l’ossessione del “corpo perfetto” che spinge un numero sempre più elevato di ragazze e di donne a entrare nel circolo vizioso delle diete senza fine. Ma soprattutto un modo per ricordare l’esistenza del reale e delle sue contraddizioni, ciò che Freud aveva chiamato il “principio di realtà”.

Nel mondo reale, il corpo ha sempre un “peso” e non è mai “perfetto” o “immateriale”. Resiste al controllo e non accetta di sottomettersi alle regole. “C’è, c’è e c’è”, come scriveva la grande poetessa polacca Wislawa Szymborska. E anche quando si cerca di contenerlo e di assoggettarlo, finisce sempre con l’imporre la propria materialità. Inutile allora mentire. Inutile soprattutto spingere le donne a illudersi che, a forza di colpi di volontà, potranno un giorno assomigliare a quelle immagini ritoccate al computer che allargano o assottigliano a piacimento la silhouette delle modelle. Anche perché poi, per chi ci crede veramente, il meccanismo diventa infernale, e talvolta termina in tragedia.

Certo, sono tantissime le ragazze e le donne disposte a sacrificarsi per corrispondere alle aspettative altrui e agli ideali di bellezza e di magrezza sponsorizzati da una certa moda. Sono tantissime a convincersi che “basta volere per potere” e che, una volta raggiunta la perfezione, saranno anche capaci di ottenere quell’affetto e quelle attenzioni che, forse, non hanno mai ricevuto prima. Ma a che serve sforzarsi e sacrificarsi quando l’obiettivo da raggiungere è solo una bugia? Proprio come recitano le parole della musica della serie televisiva Nip/Tuck: “Fammi bella, fammi un’anima perfetta, una mente perfetta, un volto perfetto, una perfetta bugia”. Perfette bugie che diventano prigioni, “gabbie d’oro” come diceva la psicanalista Hilde Bruch che ha tanto scritto sui disturbi del comportamento alimentare, e che impediscono non solo di sbagliare con la propria testa, ma anche e soprattutto di vivere.

Si guardano le immagini e si sogna. Ci si identifica con quei “corpi senza peso” nella speranza di vivere libere dagli ostacoli e per sempre felici. Come se la gioia coincidesse con la perfezione, mentre è sempre e solo l’imperfezione che permette ad ognuno di noi di essere riconosciuto per quello che è, unico e mai intercambiabile. Tanto più che a forza di far di tutto per corrispondere all’ideale, si finisce col non sapere nemmeno più quello che si desidera veramente. E talvolta è proprio quando ci si prepara a raccogliere i frutti del proprio impegno che si frana sotto il peso della disperazione. L’anoressia, in fondo, è proprio questo: cancellare l’essere in nome del dover essere; e illudersi che prima o poi, a forza di dovere, si riuscirà anche a conquistare il diritto di essere.

Certo, è lecito chiedersi se basti vietare alle modelle troppo magre di sfilare o apporre la dicitura “ritoccate” alle immagini di moda per contrastare l’anoressia che non è solo una questione di “perfezione fisica”, ma anche e soprattutto di “perfezione morale”. Ma è sicuramente un primo passo. Almeno per ridare diritto di cittadinanza al “peso” della realtà e alle sue mille imperfezioni.

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L’Espresso.Repubblica.it – Anoressia, sono sempre di più i bambini che si ammalano.

I disturbi del comportamento alimentare coinvolgono fasce di ragazzi sempre più giovani: perfino sotto i dieci anni.  E spesso hanno le caratteristiche delle tossicodipendenze

Aveva dodici anni la bambina che poche settimane fa si è tolta la vita a Torino lanciandosi dal balcone di casa: soffriva di anoressia. Una notizia che sgomenta ma purtroppo rivela anche un problema sempre più diffuso. I numeri dei disturbi del comportamento alimentare parlano infatti di tre milioni e mezzo di persone, il 20 per cento sono bambini. E questi sono i dati ufficiali: poi ci sono quelli sommersi, incalcolabili.

Ogni anno si registrano 8.500 nuovi casi di malattie conosciute comunemente come anoressia, bulimia e “binge eating disorder” (disturbo da alimentazione incontrollata), caratterizzato da frequenti abbuffate compulsive con aumento del peso fino all’obesità. Derivano tutte da profondi traumi irrisolti e, quando non conducono alla morte per suicidio o arresto cardiaco, compromettono la vita con gravissimi danni all’organismo e relazionali.

Nonostante la definizione di allarme sociale, in Italia si fa ancora molta fatica ad affrontare questo argomento, spesso relegato solo all’aspetto estetico. Ecco perché Stefano Tavullia ha fondato l’associazione Mi Nutro di Vita e dal 2012 organizza la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, per sensibilizzare sui disturbi, i sintomi, i rischi e le cure possibili. Tavullia ha perso una figlia diciassettenne a causa della bulimia, ma i Dca – disturbi del comportamento alimentare – hanno iniziato a colpire con preoccupante incidenza anche i più piccoli.

«Abbiamo assistito a un repentino abbassamento dell’età di esordio dei primi sintomi. Fino a poco tempo fa, la fascia compresa tra gli 8 e i 14 anni era interessata dal 5 per cento dei casi, mentre oggi è salita al 20», spiega Laura Dalla Ragione, referente scientifico del Ministero della Salute per i Dca e direttore di Palazzo Francisci a Todi, prima realtà italiana residenziale extraospedaliera nata nel 2003 in seno all’Usl Umbria 1.

«Il numero dei bambini», continua Dalla Ragione, «è talmente elevato da aver indotto l’Istituto Superiore di Sanità ad avviare un percorso di formazione sulla diagnosi precoce per medici di base e pediatri su tutto il territorio nazionale. Sono loro i primi ad entrare in contatto con i pazienti ed è necessario che abbiano gli strumenti per riconoscerli. La risposta è stata notevole, così l’Istituto ha superato il tetto massimo previsto all’inizio e lo ha raddoppiato fino a cinquemila iscritti».

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce nei Dca la seconda causa di morte per le adolescenti dopo gli incidenti stradali. Ma se fino a pochi anni fa i Dca erano considerati patologie solo femminili, oggi sono diffusi anche tra i maschi (10 per cento), soprattutto nelle nuove forme dell’ortoressia (ossessione da alimentazione sana) e bigoressia (ossessione per il volume muscolare).

Se però i soggetti analizzati sono bambini, molti elementi cambiano: «Tra i pazienti più piccoli, i maschi arrivano al 40 per cento dei casi. E tra i ragazzi c’è la compresenza di altre patologie psichiatriche: la bulimia nervosa ha un’incidenza importante. Nel 63 per cento dei pazienti più giovani, inoltre, l’esordio precoce si accompagna alla crescita di manifestazioni fobico-ossessive, depressione, attacchi di panico e discontrollo degli impulsi. Le patologie hanno sempre conseguenze molto gravi e forme acute. Quello della bambina che si è tolta la vita a undici anni è un episodio tragico e forse inatteso, perché i più giovani praticano spesso l’autolesionismo, mentre il rischio di suicidio di solito si affaccia solo con l’arrivo dell’adolescenza».

Nel febbraio del 2014 si è conclusa la Ricerca nazionale sui Dca adolescenziali e preadolescenziali che il ministero aveva iniziato due anni prima. Un’indagine diretta dalla psichiatra Dalla Ragione su 1.380 soggetti in età compresa tra gli 8 e i 17, con sei centri in altrettante città italiane. I risultati non sono confortanti. Hanno evidenziato che le manifestazioni precoci sostengono percentuali di osteoporosi con blocco dell’accrescimento osseo vicine al 43 per cento.

La conseguenza, si legge nella relazione finale, è che «un bambino di dieci anni con anoressia nervosa e blocco dell’accrescimento osseo non raggiungerà mai la stessa altezza che avrebbe avuto se non si fosse ammalato». Lo studio, inoltre, ha riscontrato qualità e quantità di dispercezione corporea (la mancata corrispondenza tra le immagini corporee reale e percepita) vicine al doppio di quelle presenti nei pazienti tra i 20 e i 30 anni. I riflessi, naturalmente, ricadono pure sullo stress familiare, ed è necessario fornire un sostegno psicologico anche ai parenti che accompagnano la vita del malato.

Una delle prerogative dei Dca consiste nella loro multifattorialità: sono determinati da una pluralità di variabili che scatenano i sintomi e ne influenzano il decorso. Gli approcci terapeutici sono numerosi e differiscono secondo l’orientamento. Ci sono la scuola sistemico-relazionale, quella costruttivista, psicodinamica, cognitiva e molte altre. Numerose sono pure le strutture, residenziali, ambulatoriali e di day hospital, ma troppo poche rispetto alle necessità. Tra le principali ci sono quelle fondate da Fabiola De Clercq (Aba) in sette regioni e il Centro di Terapia Strategica ad Arezzo del professore Giorgio Nardone.

Alcune strutture, soprattutto quelle del servizio pubblico, sono spesso a rischio chiusura, come quella del quartiere Soccavo a Napoli: nonostante un’utenza superiore alle 400 unità. A fornire una mappa completa di associazioni e strutture pubbliche e convenzionate sul territorio nazionale è il sito Internet www.disturbialimentarionline.it , un progetto del ministero della Salute di concerto con quello della Gioventù. Contiene un elenco diviso per regioni e le informazioni relative al numero verde di counseling telefonico 800-180969, anonimo e attivo ad orario continuato dal lunedì al venerdì.

«Le cure previste per i bambini», conclude Dalla Ragione, «si confrontano con l’impossibilità di usare psicofarmaci. Bisogna concentrarsi invece su terapie integrate di carattere familiare, nutrizionale e psicologico. Ecco perché sono importanti le residenze riabilitative in cui ospitare il paziente: ma in Italia solo cinque strutture accolgono giovani sotto i 14 anni.  La ricerca che abbiamo condotto testimonia inoltre che non esistono differenze tra Nord, Centro e Sud, sia per numeri che per caratteristiche del disturbo. Per il modo in cui agiscono, i Dca sono assimilabili a dipendenze come quelle da alcol e droga, e credo sia necessario sottolineare che la letteratura scientifica non ha mai dato cenni di remissioni spontanee della patologia, in tutte le età. Lasciarseli alle spalle e recuperare una vita serena è possibile, ma bisogna curarsi».

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La Stampa.it – Torino, dietro il suicidio di Anna la tragedia delle bimbe anoressiche.

Gli esperti: si abbassa l’età dei primi sintomi, decisivo il ruolo dei pediatri

Anoressici a 7 anni. I primi sintomi a 6 anni selezionando il cibo che si ha nel piatto, masticandolo lentamente, buttandosi a capofitto nello sport. Si è abbassata drasticamente l’età dei disturbi alimentari: i maschi che ne soffrono sono saliti al 15 per cento e la malattia inizia ad essere un peso insormontabile ancor prima dell’inizio delle scuole medie. È stato così anche per Anna, dodicenne di Torino che domenica sera ha preferito buttarsi dal terzo piano di un palazzo in centro piuttosto che sedersi a tavola per cenare.

CASI IN AUMENTO

«È una rabbia antica e profonda, che nasce da piccoli e si manifesta attraverso il cibo: anoressia e bulimia sono una protesta che i genitori, da soli, non sono in grado di gestire», afferma il professor Secondo Fassino, del Centro pilota piemontese di disturbi del comportamento alimentare.

«Solo in Piemonte, nell’ultimo anno i casi sono aumentati del 30 per cento». Stime in cui Anna, però, non rientra: «La sua malattia è iniziata troppo presto. Il Centro segue pazienti dai 15 anni, ma proprio per fronteggiare il fenomeno abbiamo appena aperto a Torino un ambulatorio che faccia da ponte con i casi pediatrici. Ormai la maggior parte degli esordi conclamati avviene prima dei 10 anni», conclude.

TERRORE DA CIBO

Dieci anni li aveva anche Anna, quando ha iniziato a mostrare il suo malessere interiore. È sempre stata esile: una bambolina con i capelli biondi e gli occhi azzurri, che sembrava più piccola della sua età. Poi all’improvviso il sorriso si spegne e iniziano a spuntare le ossa da sotto i vestiti e i pantaloncini da calcio con cui giocava da sola in cortile. Lo scorso anno il primo ricovero: tre mesi di reparto, pasti assistiti e psicoterapia per tutta la famiglia, all’ospedale Regina Margherita di Torino. Domenica sera, il tragico epilogo: una lite con la madre che la invitava a sedersi a tavola, il peso dell’incomprensione troppo grande da sopportare.

SFIDA ANORESSICA

E mentre veniva dichiarata la sua morte, dopo la rianimazione e l’inutile corsa in ambulanza al pronto soccorso, su uno dei tanti blog che si trovano sulla rete per condividere lo stile di vita anoressico, Anix scriveva «Mi presento, sono Anita e ho 15 anni. Peso 43 chili e voglio arrivare a 35. Sono alta 1.62». A risponderle è One Love: «Ciao, se ti va possiamo aiutarci a vicenda». Negli stessi minuti, su un altro sito Trilly pubblica: «Odio la frustrazione di non vedere la bilancia ricambiare i miei sforzi e sacrifici…». Lei ha 26 anni ed è una delle concorrenti del «concorsone» indetto da Crystal Nova sul suo blog: «Il contest finisce venerdì: l’utente che perderà più peso vincerà il titolo di Ana Winner». Dietro nomignoli e profili fantasma, le ragazze si scambiano consigli di ogni tipo su come iniziare la dieta del digiuno e quali precauzioni prendere, con tanto di decaloghi e mantra.

«Regola dei tre bocconi: prova a fermarti al terzo boccone di ogni pietanza. Bevi un bicchiere di acqua ogni ora, possibilmente fredda così brucerai più calorie. Evita la cena, se puoi dalla al tuo cane o buttala di nascosto. Lava i denti dopo aver ingerito qualcosa e porta qualcosa addosso che ti ricordi che Ana – la dea dell’anoressia – è lì con te e ti sta guardando». A dare l’allarme sono anche le associazioni che si occupano di prevenzione a scuola: «Iniziamo già alle elementari – fanno sapere dal Centro Liberter -: il rischio più grande è proprio l’emulazione».

GESTO ESTREMO

Ora la morte di Anna lascia «un dolore pazzesco»: quello dei genitori, dei compagni di classe e delle insegnanti, che non riescono a comprendere come si possa, a 12 anni, compiere un gesto così estremo. «Non la viviamo però come una sconfitta», afferma la professoressa Anna Maria Peloso dell’équipe pediatrica della Città della Salute di Torino che aveva in cura Anna. «È stato fatto tutto quello che si poteva, mettendo in campo ogni risorsa. La famiglia era presente e attenta, ora rimane solo l’impotenza davanti ad un gesto così grande, dato dalla necessità di liberarsi di un peso. L’anoressia è un sintomo, proprio come la febbre».

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La Stampa.it – Anoressia e bulimia, l’obiettivo di chi ne soffre è il “controllo”.

I disturbi alimentari interessano 3 milioni di italiani. I segnali di allarme da tenere d’occhio

A volte, è una modella troppo magra in copertina o in passerella a scatenare la protesta indignata del pubblico. In altri casi, è la notizia del decesso di una giovane ragazzina che aveva smesso di mangiare. La realtà è che i disordini alimentari sono sempre più oggetto di attenzione anche da parte della ricerca scientifica e clinica. Riguardano circa 3 milioni di italiani dei quali 2,3 milioni sono adolescenti. Per il 95% si tratta di donne, ma il fenomeno è in crescita anche tra gli uomini. Secondo l’Istat, la fascia d’età più colpita è quella tra i 18 e i 24 anni, che vede il 2% delle donne soffrire di anoressia, il 4% di bulimia e il 6,2% di altri disturbi alimentari, come il binge eating (le “abbuffate”). Infatti, anoressia, bulimia, binge eating possono compromettere in modo significativo il funzionamento psicosociale e la salute fisica, fino agli esiti più tragici.

L’ ESORDIO É SEMPRE PIÙ PRECOCE 

Come per tutte le psicopatologie, è andata abbassandosi l’età della comparsa dei disturbi, presenti ora anche nei giovanissimi, a 10 o 12 anni o prima. E quindi è partita la ricerca di nuovo indicatori che possano aiutare a prevederne lo sviluppo. «Non esistono indicatori biologici, ma vi sono dei segnali cui prestare attenzione» spiega Gianluigi Mansi responsabile della divisione di psichiatria degli Istituti Clinici Zucchi di Monza e del Servizio per Disturbi Alimentari dell’IRCCS Medea a Bosisio Parini. «Si tratta di una scarsa autostima, isolamento sociale, perfezionismo e terrore di ingrassare, ma anche stranezze alimentari, come selettività al cibo (ad esempio, mangiare solo cibi bianchi) o la tendenza a nasconderlo o sminuzzarlo, un’eccessiva attenzione a cibo, al peso, alle calorie e tendenza a cucinare per gli altri».

LE RIVALITÁ E LE RIVALSE NASCOSTE DIETRO IL DISTURBO

La volontà di avere il controllo della situazione riguarda, infatti, non solo la propria alimentazione ma anche quella altrui. Si parla di “tirannia alimentare” quando c’è la voglia di cucinare per gli altri, stabilire la loro alimentazione, fino a riempirli di cibo, tanto che «nelle ragazze non si esclude una nascosta tendenza alla rivalsa, una sorta di sabotaggio della bellezza di madri e sorelle percepite come rivali» spiega lo psichiatra.

LO SCHERNO DEGLI AMICI E LE CRITICHE IN FAMIGLIA

Tra i fattori di rischio non traumatici che possono favorire la comparsa questi disturbi vi è il sovrappeso infantile, che espone allo scherno dei compagni e alle critiche in famiglia. «Dalle anamnesi, emerge spesso il ruolo determinante dei commenti dei genitori sul fisico e sulle abitudini alimentari (“mangi troppo, guardati”). In questo senso, vi è sempre una fase iniziale in cui siamo tutti complici», commenta lo psichiatra. Tuttavia, madri e padri non vanno colpevolizzati, ma possono svolgere al contrario un ruolo protettivo ed essere di supporto ai vari professionisti medici, aiutando nella progressione della cura.

L’IMMAGINE «DISTORTA» DEL PROPRIO CORPO

L’aspetto psicopatologico centrale, considerato il nucleo del problema, è il cosiddetto disturbo dell’immagine corporea. In generale, la corporeità e la sua percezione non dipendono unicamente dalle caratteristiche fisiche dell’individuo, è globalmente plasmato dalle sue convinzioni, dal suo vissuto e dal contesto sociale che, nei giovani, è particolarmente decisivo. «Il comportamento alimentare diventa così un correttivo di tale immagine di sé» e così «le ragazze che si vedono troppo grasse, ma anche troppo basse, percepiscono il peso come l’unico fattore sul quale è possibile intervenire. Lo stesso per i ragazzi, in particolare coloro che hanno dei dubbi sulla propria virilità e vogliono quindi avere un corpo mascolino» spiega lo psichiatra che si dice convinto di una rapida traduzione in strategie terapeutiche di queste recenti scoperte.

LO “SCHIFO” E IL “DISGUSTO” VERSO IL PROPRIO ASPETTO 

Controllare il peso, l’alimentazione, il rendimento scolastico e i pasti dei parenti: l’idea del controllo è fondamentale in queste persone dall’enorme motivazione e forza di volontà. «Indulgenti verso il corpo degli altri, provano schifo e disgusto per il proprio e mettono in atto delle strategie che hanno la caratteristica cognitiva del “tutto o nulla” che li porta a evitare del tutto il cibo piuttosto che ridurne la quantità» spiega Mansi.

IL RAPPORTO CON LO SPECCHIO

Chi soffre di anoressia si guarda continuamente allo specchio con spietatezza. Anche per questo, se da una parte si vede grasso anche quando è ormai molto magro, tuttavia ha una percezione del proprio corpo dettagliata e precisa: «Abbiamo visto che questi pazienti sanno distinguere gli stimoli tattili con estrema accuratezza. Invece, i soggetti senza problemi, anche quelli in sovrappeso, quando vengono toccati con la punta di un compasso sbagliano nella stima della distanza degli stimoli percepiti: misurano superfici corporee di dimensioni ridotte rispetto al vero. Questa percezione benevola, che chiamiamo misericordia del proprio corpo, ci fa guardare a noi stessi con più indulgenza e manca negli anoressici».

POSSIBILI RIMEDI: PROPORRE PICCOLI OBIETTIVI AL PAZIENTE 

Potrà permanere una certa attenzione al corpo, ma guarire si può. I modelli di trattamento integrato prevedono l’intervento del nutrizionista, la psicoterapia individuale e quella di gruppo per i famigliari, i gruppi di mutuo aiuto. «Per il buon esito dell’intervento, è necessario attendere il momento migliore per un agguato (benevolo) da sferrare quando diminuisce la resistenza a collaborare perché il braccio di ferro con un paziente così tenace e volitivo non porterebbe ad alcun risultato» spiega Mansi. La strategia è cercare la complicità del paziente negoziando di volta in volta gli obiettivi (“devi nutrirti bene per affrontare l’esame di maturità”), senza focalizzarsi sul peso. Ai parenti, oltre a fornire supporto, bisogna spiegare che per mesi potrebbe non accadere nulla.

Di disturbi alimentari si torna a parlare grazie alla letteratura, come il nuovo romanzo di Paolo Crepet “Il caso della donna che smise di mangiare” (Einaudi) o “Non più Briciole” di Chiara Arachi (Longanesi), o grazie alla musica, come nel nuovo video dei Subsonica “Specchio”. Tutte occasioni per aumentare la consapevolezza del grande pubblico e trasmettere il giusto messaggio, che di disturbi alimentari si può morire ma anche guarire.

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Repubblica.it.Genova – Un fiocchetto lilla per legare alla vita ragazze e ragazzi con l’incubo del cibo.

Domani in tutta Italia la giornata “Mi nutro di vita” nel ricordo di Giulia, diciassettenne genovese

Un fiocchetto lilla per legare alla vita ragazze e ragazzi con l’incubo del cibo
Domani in tutta Italia la giornata “Mi nutro di vita” nel ricordo di Giulia, diciassettenne genovese
ERICA MANNA
DOMANI tutta l’Italia si colorerà di lilla. Da Torino a Catania, oltre sessanta città coinvolte per combattere insieme i disturbi alimentari. Domani, il 15 marzo: una giornata nazionale per “capire — prevenire — aiutare”, punto di partenza degli incontri organizzati su tutto il territorio. Il 15 marzo è il giorno di Giulia. Nasce così, infatti, questa giornata: per ricordare lei, una ragazzina genovese di 17 anni che se n’è andata proprio quel giorno di quattro anni fa. «Tutto nasce dalla nostra storia tragica, che mi accomuna a quelle di tanti altri genitori» racconta Stefano Tavilla, papà di Giulia e fondatore dell’associazione Mi Nutro di Vita, che ha promosso il Fiocchetto Lilla rifacendosi alla settimana “pervinca” contro i disturbi alimentari che esiste in America, un appuntamento partito da Genova e diventato nazionale, alla quarta edizione «Dal mio percorso di genitore durante la malattia: ho visto tante mancanze strutturali, tante famiglie soffrire – precisa – Ma la cosa più inaccettabile è il fatto che Giulia era in lista d’attesa. Sì, perché dopo aver raggiunto la consapevolezza di essere malata, ci siamo scontrati con il deficit sanitario che c’è in Italia su queste patologie. Abbiamo dovuto aspettare quaranta giorni, per avere un incontro in una struttura convenzionata, in Veneto. Qui Giulia è stata giudicata idonea a essere ospitata, e messa in lista d’attesa. Quando se n’è andata, era ancora in lista. In Italia, infatti, ci sono una quindicina di strutture pubbliche specializzate. Con un massimo di 20 posti letto ciascuna». E tre milioni di soggetti con disturbi alimentari, con 8.500 nuovi casi ogni anno. Senza contare quelli sommersi.
Inizia da qui, la battaglia di Stefano: perché se «Giulia non ce l’ha fatta, non devono esserci altri ragazzi come lei: bisogna fare prevenzione». Domani alle 15.30almuseodiSant’Agostino di piazza Sarzano ci sarà la premiazione del concorso letterario nazionale “Mi nutro di parole”, promosso da Mi nutro di vita. Una giornata realizzata con Consult@noi e Aics e il patrocinio della Regione Liguria: durante la quale si confronteranno Concetta De Salvo, direttore sanitario della “Casa della salute” di Brusson, Emilia Marasco, docente di scrittura creativa all’Accademia Ligustica, Ilaria Caprioglio, scrittrice e vicepresidente di Mi nutro di vita, e la giornalista Rosanna Piturru. Per raccontare un mondo in cui anoressia e bulimia sono le patologie più diffuse, insieme al binge eating disorder, un disturbo caratterizzato da abbuffate compulsive. Una piaga, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanita: i disturbi del comportamento alimentare, infatti, sono la seconda causa di morte per le adolescenti dopo gli incidenti stradali. Proprio per questo la prevenzione è fondamentale. «Lavoriamo sempre più nelle scuole — spiega Stefano Tavilla — i nostri volontari vanno a parlare con i giovani, insieme a

un medico e a qualcuno che racconti la propria esperienza ». Poi, c’è Internet. «Mi nutro di vita è anche un blog — spiega — un modo per aprirsi, grazie all’anonimato ». I sintomi dei disturbi alimentari, infatti, oggi si manifestano sempre prima: già tra gli 8 e i 12 anni. In ragazze ancora più giovani di Giulia, che come lei rischiano di non fare in tempo a diventare grandi.

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Donneuropa.it – Mary Garret: “In Italia su anoressia e bulimia c’è la volontà di tacere”.

Per molti anni ballerina solista de La Scala di Milano, ha aperto il vaso di Pandora raccontando quanto siano diffusi i disturbi del comportamento alimentare anche nel mondo della danza

Il 15 marzo ricorre la terza edizione della Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla contro i disturbi del comportamento alimentare, che si svolgerà contemporaneamente in quaranta città italiane dando vita a spettacoli, incontri e dibattiti per parlare di anoressia e bulimia. Testimonial dell’iniziativa è Mariafrancesca Garritano, in arte Mary Garret, per molti anni ballerina solista de La Scala di Milano, che sulla sua esperienza nel mondo del balletto ha anche scritto un libro “La verità, vi prego, sulla danza!” (2010) senza nominare però ancora espressamente l’anoressia.

Proprio lei, in seguito, ha aperto il vaso di Pandora raccontando in un’intervista all’Observerquanto siano diffusi questi disturbi tra le ballerine. Un argomento che in quell’ambiente è particolarmente delicato, e affrontarlo espone inevitabilmente a seri problemi; alla Garritano, non a caso, è capitato di perdere il suo posto al teatro. Il modo in cui ha raccontato la sua esperienza l’ha trasformata da apprezzata artista quale era considerata a figura scomoda per l’ambiente, il che non le è costato solo il lavoro ma anche l’isolamento da parte delle colleghe.

Mary però non si è arresa e oggi si dà da fare per aiutare le ragazze che entrano nel tunnel dei disturbi alimentari, e racconta: “Sono socia onoraria dell’associazione ‘Mi nutro di vita’ che organizza ogni anno la Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica su queste malattie anche attraverso la testimonianza di coloro che hanno sofferto e soffrono di Dca e dei loro familiari. Il modello è quello americano che prevede però un’intera settimana dedicata alla lotta contro i disturbi alimentari. La data scelta, non a caso, è quella del 15 marzo per ricordare Giulia, figlia del presidente dell’Associazione di Genova Stefano Tavilla, una ragazza bulimica che purtroppo non ce l’ha fatta”.

Parlare apertamente di anoressia e bulimia è l’unico modo per affrontarle, perché sono moltissime le componenti che portano allo sviluppo di queste malattie. Sta di fatto che in ambienti come quello della moda e del balletto sembrano rappresentare un male endemico. “Nel mondo della danza le bambine iniziano in giovane età e si trovano a competere ad alti livelli confrontandosi con stereotipi molto rigidi circa il tipo di fisico che una ballerina classica deve avere. Il professionismo precoce spinge ad entrare in conflitto con il proprio corpo quando comincia a cambiare, dopo lo sviluppo. È facile, quindi, rimanere vittime di un giudizio implicito che fa desiderare di voler essere magri per arrestare la crescita del proprio corpo”.

“In prima persona – racconta Mary Garret – sono stata influenzata al punto di ritenere di avere un problema con la forma fisica. Sono cose che feriscono. Così dimagrire diventa un mantra quotidiano e decurtare il cibo diventa una prassi. Naturalmente poi si instaura un circolo vizioso, perché scatta il meccanismo dell’autocompiacimento che si prova nel vedersi sempre più magri”.

Ma nell’ambiente del balletto gli stereotipi non sono stati sempre così rigidi, e anzi la Garritano ci racconta che gli standard della danza sono cambiati nel tempo: “Una volta le ballerine avevano anche una fisicità importante. Quello della necessaria leggerezza è un falso mito da sfatare perché in realtà è tutta questione di coordinazione”. Quindi è l’ideale estetico che è mutato nel tempo. Come del resto è cambiato anche nell’ambiente della moda: non è un caso che spesso sono richieste dagli stilisti modelle scheletriche, senza forme e portatrici di una “magrezza asessuata”.

L’aspetto che colpisce maggiormente è il silenzio assordante che circonda le persone che soffrono di questi disturbi, a proposito dei quali manca un’adeguata informazione: “Sui Dca in Italia c’è grossa disinformazione, e in alcuni settori c’è addirittura la volontà di tacerne. Di conseguenza gli esperti trovano molte difficoltà nel produrre studi statistici al riguardo: le porte delle scuole di danza sono impenetrabili per medici e psicologi. Il motivo è che si vuole negare che queste malattie esistano. I ballerini non sono educati a una corretta alimentazione e non hanno alcun supporto per quanto riguarda la loro autostima, nonostante sia questo un campo che la mette a dura prova per via dell’altissima competizione e del diffuso arrivismo”.

Mentre all’estero si affronta la questione con serietà, nel nostro Paese si continua a ignorarla e “non si fa prevenzione. Dal 2011 esistono dei protocolli europei che prevedono polizze assicurative sui disturbi del comportamento alimentare per le compagnie di danza. Ma in Italia queste polizze non esistono”.

La colpa, chiaramente, non è della danza intesa come forma d’arte. E il talento non ha nulla a che vedere con la fragilità di alcune delle persone che la praticano. Resta il fatto che Mary Garret si è trovata esclusa da quell’ambiente duro e competitivo, ma è convinta di aver fatto la scelta giusta: quella di raccontare la sua esperienza. Intanto esplora nuove strade, si è dedicata all’insegnamento e ha iniziato a recitare. Ma anche in questo campo continua a tenere nel mirino la lotta contro i disturbi alimentari. Il prossimo 19 marzo debutterà infatti come protagonista nella pièce “360 gradi di rabbia”, tratta – e non è un caso – dal romanzo di una donna che è stata malata di anoressia.

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